“Il rituale del serpente”: una relazione di viaggio nel libro di Aby Warburg

Il libro di Aby Warburg, "Il rituale del serpente" (Adelphi, 113 pagine, 12 Euro, traduzione di Gianni Carchia, Flavio Cuniberto, con una postfazione di Ulrich Raulff), racconta – come recita il sottotitolo – "Una relazione di viaggio". Un volume che risale alle origini del paganesimo e della magia e illumina il potere, innanzitutto psichico, delle immagini, il loro potere di ferire e di guarire. Scrive Ulrich Raulff: "A tenere la conferenza di Kreuzlingen era, dovremmo ricordarlo, un uomo malato, che voleva dimostrare di avere sconfitto la malattia (o di essere sul punto di sconfiggerla) con le proprie forze. La sua conferenza fa parte del programma di autoguarigione, e ne è in pari tempo il manifesto. Dopo aver lottato per anni contro i demoni, Warburg vede ora la vittoria a portata di mano, e si arrischia a tradurre in un simbolo le potenze fobiche di cui è stato vittima: tiene una conferenza sulla quintessenza stessa del terrore, ovvero sul serpente. Trasforma così il simbolo della minaccia estrema alla razionalità umana nel banco di prova della sua ratio personale. Gli indiani d'America – il tema della sua conferenza – offrivano a Warburg in certo qual modo una maschera protettiva dietro la quale nascondersi per poter affrontare un'impresa assai rischiosa: dimostrare che cosa significhi esorcizzare la paura mediante i simboli».
Scrive tra l'altro Aby Warburg: "Nell'accingermi questa sera a mostrarvi e a commentare alcune fotografie che in gran parte ho scattato io stesso durante un viaggio compiuto ormai ventisette anni fa, sono consapevole di come questo mio tentativo esiga un chiarimento. Del resto, nelle poche settimane che ho avuto a disposizione, non sono stato in grado di rinverdire e rielaborare i vecchi ricordi in modo da potervi offrire un'esauriente introduzione alla vita spirituale degli indiani. Si aggiunga che già allora non mi fu possibile approfondire le mie impressioni poiché non padroneggiavo la loro lingua. E con ciò vengo al motivo che rende così difficile lo studio dei Pueblo. Malgrado questi indiani abitino gli uni vicino agli altri, infatti, i loro idiomi sono così numerosi e così diversi che perino gli studiosi americani incontrano enormi difficoltà a penetrarne anche uno solo. A parte questo, un viaggio limitato a poche settimane non poteva comunicare impressioni veramente profonde, e considerando inoltre che ora esse sono per giunta un po' sfocate, altro non posso promettervi se non alcune riflessioni intorno a quei lontani ricordi, nella speranza che, al di là delle mie parole, grazie almeno all'immediatezza delle fotografie voi riusciate a farvi un'idea di questo mondo - la cui cultura va comunque scomparendo -, così come di un problema tanto decisivo per l'intera storiografia della civiltà, vale a dire: dove, qui, possiamo ravvisare le caratteristiche essenziali dell'umanità pagana primitiva. Gli indiani Pueblo derivano il loro nome dal fatto di risiedere stanzialmente in villaggi - in spagnolo pueblos -, a differenza delle tribù di cacciatori nomadi che fino ad alcuni decenni or sono conducevano la loro vita bellicosa nella stessa area, il Nuovo Messico e l'Arizona. In qualità di storico delle civiltà, ciò che mi interessava era come riuscisse a sopravvivere, nel mezzo di un paese che aveva fatto della cultura tecnica una mirabile arma di precisione nelle mani dell'uomo razionale, un'enclave di uomini primitivi e pagani i quali, pur affrontando con assoluto realismo la lotta per l'esistenza, proprio in relazione all'agricoltura e alla caccia continuavano a praticare con incrollabile fiducia rituali magici da noi solitamente ritenuti con disprezzo solo un segno di totale arretratezza. Ma qui la cosiddetta «superstizione» accompagna l'attività quotidiana, e consiste in una venerazione religiosa per i fenomeni naturali, gli animali e le piante, cui gli indiani attribuiscono anime attive che credono di poter influenzare in primo luogo con le loro danze mascherate".
M. P.